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Psicologia sociale · GUIDA 26

Conflitti nei gruppi: come affrontare il dissenso senza rompere le relazioni

In famiglia, sul lavoro o tra amici: come distinguere il problema dalla persona e trasformare un disaccordo in un confronto utile. · Link interni suggeriti: articoli 12, 22 e 23

Illustrazione originale dedicata a Conflitti nei gruppi: come affrontare il dissenso senza rompere le relazioni

Per cominciare

Un disaccordo in famiglia, sul lavoro o tra amici può sembrare una minaccia alla coesione. Eppure il conflitto può far emergere bisogni e informazioni che prima restavano nascosti. Ciò che rompe le relazioni, spesso, non è il disaccordo in sé, ma il modo in cui viene affrontato o evitato.

Che cosa accade dal punto di vista psicologico?

Spesso si confonde la critica a un'idea con la svalutazione della persona. Quando il confronto diventa una lotta per il riconoscimento, l'ascolto si restringe e si irrigidiscono le posizioni.

Due tipi di conflitto. La ricercatrice Karen Jehn ha distinto tra conflitto sul compito (disaccordi su idee, metodi, decisioni) e conflitto relazionale (tensioni personali, antipatie, sensazione di non essere rispettati). Una meta-analisi di Carsten De Dreu e Laurie Weingart ha mostrato che il conflitto relazionale è associato in modo netto a peggiori risultati e minore soddisfazione; anche il conflitto sul compito, però, raramente è vantaggioso quando diventa intenso. Il rischio più grande è che un disaccordo su un'idea scivoli in un attacco alla persona.

Posizioni e interessi. Nel metodo di negoziazione proposto da Roger Fisher e William Ury, la chiave è separare le persone dal problema e distinguere le posizioni ("voglio il turno del sabato libero") dagli interessi che ci stanno dietro ("ho bisogno di tempo con i figli"). Due posizioni opposte possono nascondere interessi compatibili.

Le escalation. Gli studi di John Gottman sulle coppie hanno individuato alcuni modi di discutere che predicono la rottura: critica alla persona invece che al comportamento, disprezzo, atteggiamento difensivo, chiusura totale. Sono schemi riconoscibili anche nei gruppi di lavoro e tra amici.

Non esiste una spiegazione valida per tutte le persone: storia familiare, cultura, ruolo nel gruppo e precedenti esperienze di conflitto rendono alcuni più inclini allo scontro e altri all'evitamento.

Un esempio nella vita quotidiana

Due colleghi discutono sui turni: dietro il problema organizzativo uno teme di non essere rispettato, l'altro di essere lasciato solo. Finché si parla di "chi ha ragione sui turni", la discussione gira a vuoto. Quando emergono i bisogni sottostanti, diventa possibile cercare una soluzione che tenga conto di entrambi.

L'esempio serve a riconoscere un possibile meccanismo, non a formulare una diagnosi. Per capire davvero una situazione occorre ascoltare la persona e considerare ciò che sta vivendo.

Che cosa è importante non confondere

Non ogni conflitto è produttivo: intimidazioni e umiliazioni richiedono protezione e confini chiari. Quando ci sono minacce, violenza, molestie o un forte squilibrio di potere, l'obiettivo non è "trovare un compromesso", ma tutelare chi subisce, anche coinvolgendo responsabili, servizi o autorità.

Allo stesso modo, evitare un conflitto non è sempre sbagliato: a volte è una scelta saggia, quando la questione è marginale o il momento non è adatto. Diventa un problema quando il silenzio è sistematico.

Come affrontare il tema in modo consapevole

Nomina il problema concreto, distingui fatti e interpretazioni e formula una richiesta osservabile anziché un giudizio globale. Ad esempio, invece di "Non collabori mai", prova con "Nelle ultime due settimane ho chiuso io il report da solo; ti chiedo di occupartene tu il venerdì". Altre attenzioni:

scegli un momento e un luogo adatti, non in pubblico né a caldo;

ascolta fino in fondo prima di rispondere, e riformula ciò che hai capito;

cerca gli interessi comuni prima delle soluzioni;

concorda come verificare, dopo qualche tempo, se l'accordo funziona.

Puoi chiederti: nei conflitti tendo ad attaccare, a difendermi o a ritirarmi? Che cosa temo di perdere se cedo? Quali bisogni ci sono dietro la mia posizione? Annotare le risposte aiuta a distinguere fatti, interpretazioni e aspettative.

Quando può essere utile parlarne con uno psicologo?

Quando i conflitti si ripetono sempre sugli stessi temi senza mai risolversi, quando lasciano rancori duraturi, ansia all'idea di affrontare certe persone o il desiderio di lasciare il lavoro o il gruppo, un confronto professionale può aiutare. Per gruppi e organizzazioni può essere utile anche un intervento di mediazione. Non è necessario aspettare che una difficoltà diventi grave per chiedere ascolto.

Domanda frequente

Evitare il conflitto mantiene la pace? A volte evita escalation, ma il silenzio sistematico può accumulare risentimento. Ciò che non viene detto spesso riemerge più tardi, in forma più intensa.

Che cosa faccio se l'altro non vuole confrontarsi? Puoi esprimere con calma il tuo punto di vista e ciò di cui hai bisogno, senza pretendere una risposta immediata. Se il problema riguarda il lavoro, può essere utile coinvolgere un responsabile o una figura terza.

Bibliografia essenziale

Riferimenti scientifici presenti nella bozza originale, da verificare prima della pubblicazione.

  1. De Dreu, C. K. W., & Weingart, L. R. (2003). Task versus relationship conflict, team performance, and team member satisfaction: A meta-analysis. Journal of Applied Psychology, 88(4), 741–749.
  2. Fisher, R., & Ury, W. (1981). Getting to yes: Negotiating agreement without giving in. Houghton Mifflin. (Ed. it.: L'arte del negoziato, Corbaccio.)
  3. Gottman, J. M. (1994). What predicts divorce? The relationship between marital processes and marital outcomes. Lawrence Erlbaum.
  4. Jehn, K. A. (1995). A multimethod examination of the benefits and detriments of intragroup conflict. Administrative Science Quarterly, 40(2), 256–282.
Raffaella Manzo

La lettura di una guida non sostituisce una valutazione psicologica individuale.

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