Per cominciare
Il volontariato può nascere da empatia, valori, appartenenza o desiderio di contribuire a qualcosa che supera il proprio interesse. Chi dona tempo a un'associazione, a un ospedale o a un quartiere spesso non sa spiegare con una sola parola perché lo fa: le ragioni sono molte, e cambiano nel tempo.
Che cosa accade dal punto di vista psicologico?
Le motivazioni sono spesso intrecciate: aiutare può generare soddisfazione personale senza perdere il proprio valore solidale.
Le sei funzioni del volontariato. Lo psicologo E. Gil Clary e i suoi colleghi hanno individuato sei motivazioni principali, misurate con il Volunteer Functions Inventory:
Valori: esprimere convinzioni umanitarie e di solidarietà.
Conoscenza: imparare, mettere in pratica competenze, capire il mondo.
Sociale: condividere un'attività con amici o rispondere alle aspettative di persone importanti.
Carriera: acquisire esperienze utili per il proprio percorso professionale.
Protezione: alleviare sentimenti difficili, come il senso di colpa o la solitudine.
Crescita personale (enhancement): rafforzare l'autostima e sentirsi utili.
Le stesse ricerche mostrano che i volontari sono più soddisfatti e più costanti quando l'esperienza risponde alle loro motivazioni.
Empatia e altruismo. Secondo l'ipotesi empatia-altruismo dello psicologo C. Daniel Batson, provare empatia per una persona in difficoltà può spingere ad aiutarla anche quando non se ne trae alcun vantaggio.
Il benessere di chi dona. Le ricerche di Elizabeth Dunn e colleghi indicano che spendere risorse per gli altri tende a rendere più felici che spenderle per sé.
Non esiste una spiegazione valida per tutte le persone: fede, educazione ricevuta, esperienze di malattia o di sostegno ricevuto orientano il modo in cui ciascuno sceglie di aiutare.
Un esempio nella vita quotidiana
Una persona sceglie di dedicare alcune ore a un'associazione dopo aver ricevuto sostegno in un periodo difficile. Accompagnare altri pazienti nelle visite le permette di restituire ciò che ha ricevuto e, allo stesso tempo, di dare un senso nuovo alla propria esperienza di malattia.
L'esempio serve a riconoscere un possibile meccanismo, non a formulare una diagnosi. Per capire davvero una situazione occorre ascoltare la persona e considerare ciò che sta vivendo.
Che cosa è importante non confondere
Il volontariato non sostituisce i servizi professionali né deve diventare un obbligo di sacrificio. Chi aiuta può andare incontro a stanchezza emotiva, soprattutto in contesti a contatto con sofferenza, lutto o emergenze: la letteratura parla di "fatica da compassione".
Avere anche motivazioni personali, come fare esperienza o conoscere persone, non toglie valore all'impegno. Allo stesso modo, smettere o ridurre il proprio impegno non è un fallimento morale.
Come affrontare il tema in modo consapevole
Individua una causa coerente con i tuoi valori e valuta tempi, competenze e confini sostenibili. Prima di iniziare, può essere utile chiedere all'associazione quale formazione e quale supporto offre ai volontari, soprattutto per i servizi più impegnativi.
Puoi chiederti: quale delle sei motivazioni sento più mia? Come mi sento dopo un turno, arricchito o svuotato? Il tempo che dedico agli altri sta togliendo spazio al riposo e alle mie relazioni? Annotare le risposte aiuta a distinguere fatti, interpretazioni e aspettative.
Quando può essere utile parlarne con uno psicologo?
Quando l'impegno verso gli altri lascia stanchezza costante, irritabilità, difficoltà a dormire o la sensazione di non fare mai abbastanza; quando ciò che si vede durante il servizio continua a tornare in mente; o quando aiutare è diventato l'unico modo per sentirsi di valore, un confronto professionale può aiutare a comprendere i significati personali e individuare risorse. Non è necessario aspettare che una difficoltà diventi grave per chiedere ascolto.
Domanda frequente
È egoista sentirsi bene aiutando? No: il benessere personale può accompagnare un gesto autentico. Gli economisti parlano di "warm glow", il calore che si prova donando; la psicologia mostra che questo piacere sostiene la continuità dell'impegno.
Quanto tempo bisogna dedicare per fare la differenza? Non c'è una soglia fissa. Un impegno regolare e sostenibile, anche di poche ore al mese, è spesso più utile di uno intenso che si esaurisce in fretta.
Bibliografia essenziale
Riferimenti scientifici presenti nella bozza originale, da verificare prima della pubblicazione.
- Andreoni, J. (1990). Impure altruism and donations to public goods: A theory of warm-glow giving. The Economic Journal, 100(401), 464–477.
- Batson, C. D. (1991). The altruism question: Toward a social-psychological answer. Lawrence Erlbaum.
- Clary, E. G., Snyder, M., Ridge, R. D., Copeland, J., Stukas, A. A., Haugen, J., & Miene, P. (1998). Understanding and assessing the motivations of volunteers: A functional approach. Journal of Personality and Social Psychology, 74(6), 1516–1530. https://doi.org/10.1037/0022-3514.74.6.1516
- Dunn, E. W., Aknin, L. B., & Norton, M. I. (2008). Spending money on others promotes happiness. Science, 319(5870), 1687–1688.
- Figley, C. R. (a cura di) (1995). Compassion fatigue: Coping with secondary traumatic stress disorder in those who treat the traumatized. Brunner/Mazel.
La lettura di una guida non sostituisce una valutazione psicologica individuale.