Per cominciare
Quando accade qualcosa di minaccioso, pubblicare e leggere aggiornamenti può diventare un modo per cercare orientamento e vicinanza. Durante un terremoto, un'alluvione, un attentato o un'epidemia, i social diventano in pochi minuti il luogo in cui cercare notizie, rassicurare i propri cari e condividere la paura.
Che cosa accade dal punto di vista psicologico?
La condivisione emotiva può sostenere il senso di appartenenza, ma l'esposizione continua a contenuti allarmanti può alimentare tensione e confusione.
Raccontare le emozioni è un bisogno. Lo psicologo Bernard Rimé ha mostrato che, dopo un'esperienza emotiva intensa, la grande maggioranza delle persone sente il bisogno di parlarne con altri. I social amplificano questa spinta naturale: si condivide per sentirsi meno soli e per dare un senso a ciò che sta accadendo.
Cercare informazioni per sentirsi al sicuro. Davanti a una minaccia, la mente cerca dati per valutare il pericolo. Ma in un'emergenza le informazioni arrivano frammentate, contraddittorie e ripetute: più si controlla, più aumenta l'incertezza.
L'esposizione indiretta non è innocua. Dopo l'attentato alla maratona di Boston del 2013, una ricerca su oltre 4.600 adulti statunitensi ha rilevato che sei o più ore al giorno di copertura mediatica dell'evento, nella settimana successiva, erano associate a livelli di stress acuto più alti di quelli di chi era stato presente sul luogo.
Il "doomscrolling". Così si definisce lo scorrimento compulsivo di notizie negative: dà l'illusione di prepararsi al peggio, ma tende a mantenere il corpo in uno stato di allarme.
Non esiste una spiegazione valida per tutte le persone: la vicinanza all'evento, la presenza di familiari nelle zone colpite, esperienze traumatiche passate e il livello di stress precedente incidono molto sulla reazione individuale.
Un esempio nella vita quotidiana
Durante un'emergenza una persona controlla il telefono ogni pochi minuti, senza sentirsi davvero più informata. Aggiorna la pagina, guarda gli stessi video più volte, legge commenti sempre più allarmati. A fine giornata sa poco più di quanto sapeva al mattino, ma si sente molto più agitata.
L'esempio serve a riconoscere un possibile meccanismo, non a formulare una diagnosi. Per capire davvero una situazione occorre ascoltare la persona e considerare ciò che sta vivendo.
Che cosa è importante non confondere
La reazione a eventi critici varia e non va patologizzata automaticamente. Paura, tristezza, difficoltà a dormire o a concentrarsi nei giorni successivi a un evento grave sono reazioni comuni e, nella maggior parte dei casi, si attenuano con il tempo.
Anche la condivisione non è di per sé un problema: un messaggio per dire "sto bene" o per organizzare aiuti è utile. Diventa critica quando si diffondono immagini crude, voci non verificate o contenuti che aumentano il panico.
Come affrontare il tema in modo consapevole
Scegli fonti ufficiali, stabilisci momenti precisi per aggiornarti e mantieni contatti diretti con persone di fiducia. In Italia, durante le emergenze, le fonti di riferimento sono la Protezione Civile, le autorità locali e, per le questioni sanitarie, il Ministero della Salute. Altre attenzioni:
limita la visione ripetuta di immagini e video violenti;
prima di condividere, verifica la fonte e chiediti se il contenuto aiuta o allarma;
proteggi i bambini dall'esposizione diretta alle immagini e spiega con parole adatte all'età;
mantieni, per quanto possibile, le routine di sonno, pasti e movimento.
Puoi chiederti: quante volte ho controllato le notizie oggi? Come mi sentivo prima e dopo? Che cosa mi aiuterebbe davvero a sentirmi più al sicuro? Annotare le risposte aiuta a distinguere fatti, interpretazioni e aspettative.
Quando può essere utile parlarne con uno psicologo?
Quando, a distanza di settimane, persistono incubi, immagini intrusive, irritabilità, evitamento di luoghi o situazioni legate all'evento, o un senso costante di pericolo, un confronto professionale può aiutare. È particolarmente importante se si è stati coinvolti direttamente, se si sono perse persone care o se l'evento ha risvegliato traumi passati. Non è necessario aspettare che una difficoltà diventi grave per chiedere ascolto.
Domanda frequente
Disconnettersi significa essere indifferenti? No: può essere una scelta di regolazione emotiva. Si può restare informati e solidali anche consultando le notizie una o due volte al giorno.
È giusto condividere le immagini di un'emergenza per sensibilizzare? Dipende dal contenuto e dallo scopo. Le immagini crude possono ferire le persone coinvolte e i loro familiari; spesso è più utile condividere informazioni pratiche o canali per aiutare.
Bibliografia essenziale
Riferimenti scientifici presenti nella bozza originale, da verificare prima della pubblicazione.
- Holman, E. A., Garfin, D. R., & Silver, R. C. (2014). Media's role in broadcasting acute stress following the Boston Marathon bombings. Proceedings of the National Academy of Sciences, 111(1), 93–98. https://doi.org/10.1073/pnas.1316265110
- Rimé, B. (2009). Emotion elicits the social sharing of emotion: Theory and empirical review. Emotion Review, 1(1), 60–85.
- World Health Organization (2020). Mental health and psychosocial considerations during the COVID-19 outbreak. WHO.
La lettura di una guida non sostituisce una valutazione psicologica individuale.