Per cominciare
Spesso ciò che per noi è ovvio sembra doverlo essere anche per gli altri. Da qui nascono delusioni e incomprensioni. "Era evidente che ci tenevo", "Avresti dovuto capirlo da solo", "Chiunque al mio posto avrebbe fatto così": frasi che rivelano quanto spesso usiamo noi stessi come metro per giudicare gli altri.
Che cosa accade dal punto di vista psicologico?
La nostra esperienza è il punto di partenza del giudizio: tendiamo a sovrastimare quanto siano condivise opinioni, preferenze e reazioni.
L'effetto falso consenso. In un esperimento classico di Lee Ross e colleghi, agli studenti veniva chiesto se avrebbero accettato di girare per il campus con un cartello pubblicitario addosso. Chi accettava stimava che anche la maggior parte degli altri avrebbe accettato; chi rifiutava stimava che la maggior parte avrebbe rifiutato. Ciascuno vedeva la propria scelta come quella più comune.
La maledizione della conoscenza. Una volta che sappiamo qualcosa, fatichiamo a immaginare come sia non saperlo. Per questo un esperto spiega male ai principianti, e chi conosce le proprie intenzioni fatica a capire perché gli altri le fraintendano.
L'illusione di trasparenza. Thomas Gilovich e colleghi hanno mostrato che sopravvalutiamo quanto i nostri stati d'animo siano visibili agli altri. Pensiamo che il nervosismo, la delusione o l'affetto "si vedano", mentre spesso non è così.
Mettersi nei panni degli altri parte da sé. Secondo le ricerche di Nicholas Epley, quando proviamo a immaginare il punto di vista altrui partiamo dal nostro e ci correggiamo troppo poco, soprattutto quando siamo stanchi o di fretta.
Non esiste una spiegazione valida per tutte le persone: abitudini familiari, cultura, carattere ed esperienze precedenti fanno sì che ciò che per qualcuno è "normale" per un altro sia sorprendente.
Un esempio nella vita quotidiana
Una persona considera naturale telefonare ogni giorno; il partner interpreta invece quel ritmo come invasivo. Per lei la telefonata quotidiana è un gesto d'affetto, come lo era nella sua famiglia; per lui è un controllo, perché nella sua famiglia ci si sentiva solo per cose importanti. Entrambi pensano che il proprio modo sia quello "ovvio".
L'esempio serve a riconoscere un possibile meccanismo, non a formulare una diagnosi. Per capire davvero una situazione occorre ascoltare la persona e considerare ciò che sta vivendo.
Che cosa è importante non confondere
Le differenze non sono necessariamente prove di scarso affetto o cattiva volontà. Spesso due persone vogliono la stessa cosa, sentirsi vicine e rispettate, ma la esprimono in modi diversi.
Allo stesso modo, riconoscere di proiettare sé stessi sugli altri non significa rinunciare alle proprie esigenze: significa renderle esplicite invece di aspettarsi che vengano indovinate.
Come affrontare il tema in modo consapevole
Sostituisci "è evidente" con una domanda: "Come la vivi tu?". Esplicitare aspettative riduce i malintesi. Qualche altro esercizio utile:
prima di arrabbiarti, chiediti se hai mai detto chiaramente ciò che ti aspettavi;
in una discussione, prova a riassumere il punto di vista dell'altro finché non ti dice "sì, è così";
quando un comportamento ti sembra assurdo, cerca almeno una spiegazione in cui avrebbe senso.
Puoi chiederti: in quali situazioni mi capita di dire "ma è ovvio"? Le mie aspettative sono state espresse o solo pensate? Che cosa mi ha sorpreso, di recente, del modo di ragionare di una persona vicina? Annotare le risposte aiuta a distinguere fatti, interpretazioni e aspettative.
Quando può essere utile parlarne con uno psicologo?
Quando i malintesi in coppia, in famiglia o sul lavoro si ripetono sempre sugli stessi temi, quando ci si sente costantemente incompresi o delusi, o quando le differenze di abitudini vengono vissute come mancanza di affetto, un confronto professionale, anche di coppia o familiare, può aiutare a dare un nome alle aspettative di ciascuno e a negoziarle. Non è necessario aspettare che una difficoltà diventi grave per chiedere ascolto.
Domanda frequente
Avere idee diverse significa essere incompatibili? Non sempre: conta la capacità di negoziarle. Molte coppie e amicizie solide convivono con differenze importanti, perché sanno parlarne.
Come faccio a capire se sto proiettando me stesso sull'altro? Un segnale è la sorpresa o l'irritazione davanti a una reazione "incomprensibile". In quei momenti, chiedere spiegazioni prima di giudicare è spesso la mossa più utile.
Bibliografia essenziale
Riferimenti scientifici presenti nella bozza originale, da verificare prima della pubblicazione.
- Camerer, C., Loewenstein, G., & Weber, M. (1989). The curse of knowledge in economic settings: An experimental analysis. Journal of Political Economy, 97(5), 1232–1254.
- Epley, N., Keysar, B., Van Boven, L., & Gilovich, T. (2004). Perspective taking as egocentric anchoring and adjustment. Journal of Personality and Social Psychology, 87(3), 327–339.
- Gilovich, T., Savitsky, K., & Medvec, V. H. (1998). The illusion of transparency: Biased assessments of others' ability to read one's emotional states. Journal of Personality and Social Psychology, 75(2), 332–346.
- Ross, L., Greene, D., & House, P. (1977). The "false consensus effect": An egocentric bias in social perception and attribution processes. Journal of Experimental Social Psychology, 13(3), 279–301.
La lettura di una guida non sostituisce una valutazione psicologica individuale.